Informazioni

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Luca

Bio

Luca Raimondi è un artista italiano (1977).
Si è formato utilizzando un rigoroso metodo tipico degli atelier classici, incentrati sul disegno, lo studio dei colori e della luce, e la conoscenza tecnica dei materiali. Ha studiato con Marc Dalessio, uno dei più affermati paesaggisti contemporanei, e Nathan Sowa, istruttore alla Florence Academy of Art in Svezia. E attraverso anni di studio e di copie dei grandi maestri del passato.

Lavora esclusivamente dal vivo, il suo è un tentativo di incontro tra una pittura classica e accademica e una sensibilità più moderna e immediata. Luca dipinge la luce e la natura, e utilizza uno stile improntato all’uso del chiaroscuro e della tecnica impressionista.

Ha cominciato a esporre dal 2012, sue opere sono in collezioni private in Italia. E’ rappresentato dalla galleria Elle Arte di Palermo, e dalla galleria Caravello di Palermo. Vive a Palermo con sua moglie e i loro tre figli.

Mostre personali

  • 2018, “Open Studio”, Studio Privato, Palermo
  • 2014, “En plein air”, Galleria Bobez Arte, Palermo,  curata da Floriana Spanò
  • 2012 “Per luci, per frutti”, Galleria Elle Arte , Palermo, scritto in catalogo di Aldo Gerbino

Mostre collettive

Pubblicazioni

Insegnamento

  • Residenza di Artista, Borgo Santo Pietro, Chiusdino, Toscana, agosto 2013, selezionato come artista in residenza e istruttore di pittura di paesaggio
  • Lezioni private

 

Paesaggio“en plein air”
a cura di Floriana Spanò, testo per la mostra personale Bobez Gallery, 2014

Il paesaggio nasce dall’interazione tra lo sguardo dell’osservatore e l’ambiente che lo circonda. E’ proprio questa interazione a definirlo. Senza di esisterebbe solo una muta visione d’insieme fine a se stessa, senza alcuna implicazione sentimentale o psicologica.
Il pittore ci mostra con i suoi occhi ciò che lo circonda, attraverso la sua sensibilità’ e la sua esperienza dal vivo, penetrandone il senso profondo attraverso le proprie sensazioni, il proprio modo di percepire la realtà, il senso di una propria indagine psicologica e sentimentale.
L’artista diviene una sorta di pioniere che indaga la natura per poi mostrarcela così come da lui viene percepita. Narrare lo scorrere del tempo e delle stagioni attraverso l’uso del colore e lo studio della luce, traduzione immediata di un’emozione del momento. L’artista trascura il superfluo, dipinge sulla tela una sintesi dell’ “impressione” che uno
stimolo esterno ha suscitato in lui. Non esistono linee di contorno; il disegno lascia spazio a pennellate non studiate, date per tocchi, picchiettature,
macchie.
La parola d’ordine è “en plein air”, dipingere all’aria aperta, abbandonando la pittura in studio, secondo il modello accademico; concentrandosi
invece sui paesaggi reali, immersi nella luce, seguendo la rapida traiettoria del colore; dissolvenze in accostamenti di colore puro.
Quella di Luca è una pittura che, richiamando la tecnica impressionista, aspira a trasmettere l’immediatezza dell’immagine, dando alle proprie opere un tocco estremamente riconoscibile, rendendole affascinanti per il personale modo di rappresentare, più che per l’oggetto stesso della rappresentazione.
E’ dalla propria personale sensibilità ed esperienza, oltre, ovviamente, alla tecnica adottata, la conoscenza prospettica e la propensione a rappresentare lo spazio, che nasce la differente riproduzione di uno stesso paesaggio. Ne è un esempio la duplice versione pittorica del celebre stabilimento lungo la Senna “La Grenouillère” di Monet e Renoir, che nel 1869, pur collocando i propri cavalletti uno accanto all’altro, in poche ore realizzarono ciascuno la propria Grenouillère scegliendo una personale risoluzione per la resa espressiva dell’opera; il primo attraverso una serie di pennellate grasse e strutturate, il secondo liquide e soffuse.

Luca Raimondi, classe 1977, ha osservato e studiato a lungo la natura allo scopo di riprodurla, lasciandosi trasportare dalle sensazioni che il paesaggio gli suggerisce come i colori, ed i profumi, ma anche dalla curiosità di poter “fermare” anche solo per un momento il movimento delle onde sempre diverso.
Le sue opere trasmettono pace, estasi, silenzio, ma anche solitudine e lontananza.
Immergersi nella natura e’ per Luca un modo per concentrarsi su di essa, soffermarsi a godere di ciò’ che lo circonda e trovare modi e soluzioni per essere sempre più sintetico, chiaro, diretto nel rappresentarla. E’ per questo motivo che Luca dipinge “alla prima”.
Attraverso un contatto immediato con la natura, esegue pennellate veloci per avere un richiamo diretto e semplice con ciò’ che sta rappresentando.

E’ l’impressione, l’imprinting primario, ciò’ che dalla vista arriva dritto alla nostra mente e che ci con￾sente riconoscere un oggetto come tale. Robert Henri diceva che “Le pennellate mandano un messaggio che si voglia o no. Una pennellata è il riflesso dell’artista nel momento in cui è fatta.
Tutte le certezze, le insicurezze, tutti gli alti e bassi del suo spirito sono in esse.”
L’idea assimilata dalla mente dell’artista scorre energeticamente sulle mani ed il pennello, lasciando libero sfogo alla creatività’. L’artista utilizza la tecnica che i francesi, per primi, chiamarono “en plein air” e che indica l’abitudine di dipingere il paesaggio all’aperto, cioè portandolo a finitura diret￾tamente sul luogo, senza interventisuccessivi in studio. Pratica pittorica, nata alcuni anni prima
dell’Impressionismo, ad opera dei pittori di Barbizon, ma utilizzata successivamente con regolarità da Monet e Renoir, prima, e Pissarro e Sisley poi, anche se, in realtà, ciò che questi pittori realizzavano all’aria aperta era, in genere, una stesura iniziale, un motivo sul quale lavorare poi in studio per rifinire e portare a compimento l’opera.
Nelle sedute all’aperto, gli Impressionisti riescono a cogliere i più sottili trapassi di luce e di tono, percepiscono il valore cromatico delle ombre e af￾finano la loro tecnica basata su tocchi ravvicinati di colore puro, in modo che l’immagine ricomposta
sulla tela non perda l’intensità e la ricchezza cro￾matica dell’approccio diretto.
Questa scelta è dettata dalla volontà di cogliere con immediatezza tutti gli effetti luministici della visione diretta. Una successiva prosecuzione del
quadro in studio potrebbe mettere in gioco la me￾moria, alterare la sensazione immediata di una visione.

Luca dice a proposito della sua pittura: “Quando dipingi fuori sei in contatto con la natura. Accedi ai suoni ai colori e una infinita serie di in￾formazioni altrimenti non sperimentabili. Pratichi la velocità e il rischio: hai poco tempo per riflettere
ed eserciti l’istinto, l’immediatezza. Fai continuo accesso alla memoria visiva, nel momento stesso in cui abbassi lo sguardo e lo rialzi tutto è cambia￾to. E’ un altro approccio: passi dal comfort di uno caldo studio alla fragilità di te stesso di fronte agli
elementi: ti metti in gioco.
Alleni anche l’umiltà: ciò che hai di fronte è così immenso da essere inafferrabile: devi usare sem￾plicità ed economia; essere veloce e rapido. I colori
che usi non possono replicare esattamente ciò che
osservi; puoi dare solo l’illusione, e ti devi adope￾rare per trovare strategie e mezzi espressivi per poter avvicinarti alla Natura, per catturarne l’essenza.”
E’ quindi l’immediatezza la base della pittura espressiva di Luca, associata al continuo rimando di sensazioni e percezioni di ciò’ che lo circonda.

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“Per luci, per frutti”
di Aldo Gerbino, testo dal catalogo della mostra personale presso Elle Arte, 2012

La luce, quella posta appena in bilico tra un moto leggero, vibrante e una sorta di inquieta fissità, caratterizza in questo luogo della pittura quell’atmosfera meridiana tradotta in una stria del tempo conosciuta come “ora degli spiriti”. Essa, in questi lavori d’esordio, percorre un sentiero pittorico votato all’intimità della conoscenza, all’approdo nella fascia della contemplazione. Le spiagge, aperte al corpo di ciottoli disseminati tra Furnari e Oliveri, appaiono raccolte proprio in questa prima luce del meriggio; altre, invece, si dilacerano nel languente bagliore del tramonto, mentre i promontori sinuosi, appena attraversati da un soffio di caligine, si offrono cosparsi d’una impalpabile velatura cilestrina.

Su tale trasporto opera la tangibile gestione dello spazio di Luca Raimondi, il quale versa ogni sua aspirazione figurativa in una sorta d’imbuto in cui va codificando quel necessario equilibrio spirituale che oscilla tra l’inoppugnabile realtà e quanto di essa viene consegnata, distillata, erosa, in un continuo rimodellamento espressivo, nella sua pupilla, nella sua anima. E ancora va levitando quella dimensione prospettica in cui gli oggetti colti dalla casualità, le disposte ‘nature morte’, gli spegnimenti delle ombre, le improvvise alterazioni dei contrasti, sembrano alternarsi in una continua progressione percettiva, avvertita con trepidazione dal giovane pittore palermitano (classe 1977), come controllo, intima indagine aggiogata alla propria riflessione. Se il dipingere è intuito da Luca quale cifra di analisi rivolta primariamente al segno, in virtù delle sue dichiarate frequentazioni con sodali pedagoghi quali Sowa o Dalessio e in quell’esigenza del ‘vero’ frequentata da neorinascimentali americani quali Cecil e Graves a Firenze, è comunque alla materia, alla sua densità, alla sua pasta che egli tenta di formare carne, per sollecitazioni visive, sensitive. Dunque il segno, il tratto, quel ‘disegno’ che tutto sorregge si stempera, si trasfonde in una consistenza gioiosa e malinconica, legata all’abito della mimetica, in cui la didascalia avverte, sporadicamente, certe spinte verso fughe metafisiche.

Che il procedere di Luca si attesti in una visione naturalistica post-romantica è, con evidenza, mostrato nel percorso del suo lavorìo creativo, con gli adombramenti del caso, e in quell’andare, ‘in fieri’, alla conquista della realtà, alla maturazione della sua stessa pellicola pittorica ed esistenziale. Già sottolineava Stefano Susinno, nel capitolo “veduta e paesaggio”, come per tanti «artisti e fruitori» la ‘veduta’ fosse considerata «pittura di evasione dal contingente, richiamo a temi universali in presenza di una ‘natura’ inquieta, o rasserenante, rifugio del mito o sublime teatro delle umane passioni». In tale non apparente difficoltà a tratteggiare i canoni estetici dei ‘generi’, spesso fuorvianti, può essere evidenziata tutta la problematica dell’approccio estetico, della fatica a scorporarlo da indicazioni teoriche. Ciò è soprattutto evidente nell’attuale panorama contemporaneo in cui, alla feroce iconoclastia contro la civiltà figurativa, si contrappongono salvifiche esigenze di ‘ritorno alla pittura’, in una rivisitazione postmoderna, sostenuta da molteplici bisogni di interiore lettura contemplativa, storicamente oscillanti tra iperrealtà, transavanguardia e anacronismo.

Lungo tali conflitti Luca Raimondi si sporge dall’icastica pedana della figurazione tenendo in gran riguardo le indicazioni dei Maestri, alimentando il gusto al classicismo, collegato, con partecipazione, alla propria appagante idea di visione. Un’idea da contrapporre allo scenario di insistita erosione tecnologica e di criminale degrado ecologico cui quotidianamente assistiamo e che offende la nostra umana sensibilità. Allora, dall’emozionale tocco paesaggistico alle sue ‘nature morte’ che ammiccano, nel loro acronico peregrinare, alle pregnanti voci chiaroscurali del magistero di un Jean-Baptiste Chardin (si vedano i due olî su tela del 2012: Vino, pere e un dipinto incompiuto e Tre arance e un vaso), ogni cosa sembra volere attingere dalla natura, nella ricerca di una corretta tensione alla stabilità, a temprati pigmenti, a riflessi, a suoni.

Aldo Gerbino
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